
Di ieri la notizia dell’arresto di sette spacciatori a Scampia. All’interno delle vele rossa e gialla, giovani uomini che per mille ragioni vivevano spacciando droga d’ogni sorta, assieme al kit del perfetto tossicodipendente, tra incroci di edifici fatiscenti, specchi rotti e come se non mancasse, circondati da rifiuti ed erbacce. Sfortunati sicuramente, divenuti aridi come quegli alberi intristiti di color giallo canarino, assiepati in file lungo i larghi viali vecchio asfaltati che aspettano invano un giardiniere comunale. Quanta tristezza in quest’angolo di Napoli, lontana dal mare e dalla città. Un non luogo, un villaggio senza logica con al centro un polmone verde, tipico contentino per compensare i danni prodotti attorno. Perchè non ci si ribella al fatto che questo tipo di vita è un insulto alla vita stessa, un’offesa al valore di quella che il filosofo Foa ha definito una possibilità? La vita, per l’appunto, che non merita di essere vissuta in questi contesti di degrado, solitudine e dilagante miseria.

L’eccessiva tolleranza che esprimiamo dinnanzi alle nostre disgrazie quotidiane, accompagnata da una naturale stanchezza per i troppi problemi che ci sommergono, dovrebbe trovar modo di mutarsi in una repentina e doverosa richiesta di diritti, ampiamente sanciti dalla Costituzione che per un ventiquattrenne non rappresentano nè carta straccia, nè pagine ingiallite del dopoguerra. Inventiamoci allora un’altra Scampia, facciamone tabula rasa affinchè rinasca con un project financing, fondi pubblici e privati supportati da uno scatto d’orgoglio vigoroso e da una volontà politica ferrea di tutte le istituzioni, a Roma come a Napoli. Chi lotta oggi per conservare lo status quo dei luoghi, può solo essere complice di chi trae benefici dalla droga o preferisce soluzioni a basso impatto improduttive, lì dove un sano decisionismo volto alla riqualificazione, purchè ampiamente discusso, potrà solo generare nuova vita. Scampia sembra attaccata ad un respiratore, sembra in coma vegetativo e vorrebbe uno spazio ragionato e un tempo diverso per le sue genti, oneste e lavoratrici, che conservano con orgoglio la propria dignità a testa alta e sopravvivono tra mille difficoltà nella grigia e solitaria periferia. Non si comprende cosa possa connettere una stazione della metropolitana, se non il nulla al centro. Manca una visione d’insieme e di ampio respiro che faccia di Scampia un centro a tutti gli effetti. Una rinascita, iniziata alcuni anni fa con l’abbattimento delle vele è sicuramente possibile. Lanciando un concorso internazionale che richiami i migliori architetti e urbanisti per restituire la libertà ad una terra sequestrata e maltrattata, eliminando per sempre le contraddizioni intrinseche fatte di casermoni buoni per mangiare, dormire e spacciare. È a dir poco stupefacente che nessun esponente delle classi dirigenti spenda solo una parola sulla necessità di un cambiamento radicale, drastico se non rivoluzionario. Le giovanissime generazioni non possono più attendere il futuro, una parola lontana, abusata, quasi astratta, talora un comodissimo alibi. Esportiamo dunque la bellezza a Scampia, diffondiamo i colori, offriamo la gioia di vivere che in tanti tra insegnanti, sacerdoti e volontari donano già ogni giorno, ma in un ambiente a misura d’uomo, sano, dignitoso e soprattutto giusto.
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