L’incidente del no irlandese non deve diventare una crisi. Queste le parole del presidente francese Nicolas Sarkozy sul no degli irlandesi al Trattato di Lisbona. Chiara è l’intenzione, da parte del presidente francese, di cercare di spianare la strada al Trattato redatto per sostituire la Costituzione europea bocciata dal no nei referendum francese e olandese del 2005, dato l’avvicinarsi del prossimo primo luglio (data in cui avrà inizio il semestre di presidenza europeo della Francia).
È possibile definire incidente il responso democratico di un paese come l’Irlanda? Senza dubbio ai fini del processo di costituzione di un’UE più solida non può che parlarsi di incidente, ma siamo sicuri che il suggerimento degli irlandesi non vada preso in considerazione? O, almeno, siamo sicuri che non dovrebbe aprirsi un dibattito sulle ragioni del no?
Vari gruppi euroscettici (danesi e inglesi) hanno chiesto nei primi mesi del 2008 la ratifica attraverso referendum, avendo notato che le implicazioni legali del Trattato rispetto alla Costituzione sono identiche, ma non l’hanno ottenuta. Solo l’Irlanda, nel rispetto della sua Costituzione, ha dichiarato di voler effettuare un referendum confermativo e, caso strano, il popolo non ha confermato.
Esiste un sottile filo rosso che collega i no del 2005 di Francia e Olanda, quello di oggi dell’Irlanda, il dato di fatto che i Trattati europei vengono ratificati solo quando a decidere è il parlamento e il dato incontrovertibile che in paesi come l’Italia i cittadini sanno poco o nulla dell’Unione Europea?
Perché la grande maggioranza dei parlamenti europei ha ritenuto opportuno avocare a sé il diritto di ratificare il Trattato? Perché i referendum continuano a rappresentare un ostacolo all’iter di ratifica? Perché gli europei non si sentono in Europa?
Scarso senso di appartenenza? Scarsa partecipazione? Scarsa informazione sulle istituzioni comunitarie?
I quesiti che hai posto nel tuo intervento sono stati argomento di una lezione di Geografia che ho seguito circa due mesi fa. La professoressa ci disse della nascita dell’Unione Europea, dei Paesi fondatori e dei successivi allargamenti fino a quello recentissimo. Facendo un piccolo sondaggio tra gli studenti che erano presenti quel giorno, si accorse che soltanto pochi di noi sapevamo rispondere. Allora sorse un piccolo dibattito in aula: di chi era la colpa della nostra “ignoranza”? Dei libri scolastici? Dei professori? Della mancanza di informazioni? Io, da quello che rammento dei miei studi scolastici, non mi pare di aver studiato mai qualcosa di specifico sull’Unione Europea escluse alcune ricerche chiestemi dai professori. Forse questo è un indice del fatto che noi non sentiamo così forte l’appartenenza ad una Europa unita a contrario degli statunitensi, da cui abbiamo tratto il modello politico. È una unione che è avvenuta soltanto a livello politico e non ha coinvolto i cittadini che ne fanno parte. Forse Massimo D’Azeglio oggi direbbe: “Fatta l’Europa, bisogna fare gli europei”.
Il problema é che l’Europa é una buona idea portata avanti in modo pessimo. Bloccata dai mali oscuri del neoliberismo, della buro-tecno-crazia, del governo dei sapienti e dalla pantagruelica produzione legislativa. Lontana dai cittadini, dalle esigenze dei lavoratori; lontana da tutto. Un Europa del genere é destinata a farsi sommergere dall’Asia in breve tempo e a giacere né viva né morta nel proprio limbo a-valoriale postmoderno. Come scrive l’Economist, “non possiamo dire che il volere di 10 milioni di irlandesi condizioni quello di 400 milioni di europei, perché in qualunque paese verrebbe proposto un referendum il trattato di Lisbona verrebbe rigettato”, sante parole