Cosa resta di quella città affacciata sul golfo dipinta da Giacinto Gigante nelle sue tele ottocentesche? In questo scorcio di maggio inoltrato, non più panorami incantevoli tornano alla memoria, bensì le cronistorie crude di Matilde Serao ad osservare attoniti le molteplici emergenze insolute che traboccano dai televisori delle case degli italiani. Dai rifiuti che sembrano moltiplicarsi levando ossigeno e dignità ad una società civile ormai a pezzi, alla questione Rom e dei campi dati alle fiamme. È un clima nevrotico quello che si respira, un cocktail di sopportazione ed eccessi di ira che spinge giovani muniti di molotov ad appiccare il fuoco ai campi improvvisati di una periferia alle porte di Napoli. Altri giovani ancora, in varie zone della città, sparpagliano cumuli di sacchetti aperti e sfusi sulle arterie principali, bloccando il traffico nelle ore di punta. La vecchia capitale del Regno delle Due Sicilie sembra un’anziana signora rapinata e spogliata dei suoi averi. Se la stessa esasperazione che monta tra la gente fosse condotta nei confronti dei camorristi, Napoli sarebbe una città libera. Nulla di tutto ciò avviene perché la stessa camorra offre pane e companatico, insinuandosi nei vuoti lasciati dallo Stato e nella trascuratezza decennale delle istituzioni che hanno lasciato un cartello Torno subito.
I disordini spettacolari di questi giorni, sommati all’impotenza e/o l’incapacità di ripristinare l’ordine pubblico, offrono agli occhi dei media il termometro dell’umore generale. Sullo stato di natura hobbesiano, Bossi ripete: La gente fa quello che non riesce a fare la classe dirigente. Bisogna dare sicurezza. Da apprezzarne la sincerità. È raro poi, che nei TG di punta quando l’oggetto del servizio sia Napoli, si intervistino persone che parlino la lingua italiana.
La preferenza giornalistica, guarda caso, cade quasi sempre su donne e uomini del volgo, dall’accento dialettale e movenze folkloristiche da peggior sceneggiata, offrendo una rappresentazione settaria, falsa e ingiusta della gente di Napoli al paese intero. A Fronte Alta prova ad approfondire lo sguardo d’insieme:
Ponticelli è un grosso quartiere della periferia orientale di Napoli. Vi risiedono circa cinquantacinque mila persone, senza contare l’elevato numero di abusivi e clandestini che secondo alcuni porterebbe il numero oltre i sessantamila. Affonda la propria identità storica nella presenza di insediamenti romani e influenze religiose fenicie. Ha rivestito inoltre un ruolo politico sia durante la rivoluzione partenopea, con la dura reazione borbonica che vide tredici impiccagioni, sia durante le quattro giornate di Napoli, testimone di una strage nazista che vide perire trentaquattro innocenti.
Oggi è un quartiere connotato da un contesto di degrado urbano, sociale, economico con un alto tasso di criminalità. Come in altre periferie, la disoccupazione tocca livelli elevati per l’assenza di politiche mirate e il forte peso nella zona della camorra. I Sarno costituiscono, tra gli altri, il clan più aggressivo e al contempo più autonomo insieme al clan Di Lauro di Secondigliano. Eppure un tempo Ponticelli costituiva un comune a sè, inglobato alla città durante il fascismo nel programma di ampliamento cittadino. Nel dopoguerra, nonostante il fallimento del piano, conservò una duplice anima agricola ed industriale ma i problemi sorsero immediatamente dopo, con la ricostruzione caratterizzata dalla grande speculazione edilizia sotto il sindaco Achille Lauro. Il bisogno di case portò alla realizzazione di centinaia di rioni malsani e sovrappopolati che raccolsero la numerosa immigrazione dall’hinterland e successivamente gli sfollati dopo il terremoto del 1980.
Il Rione Conocal ad esempio, è una zona del quartiere di Ponticelli posta tra Via Argine e Lotto Zero. Caratterizzata da vecchie palazzine, tele di amianto e cemento, costituisce covo per spacciatori e tossicodipendenti, mentre il Rione Inicis è situato vicino ai quartieri di Volla e Caravita, nella quale è situata buona parte dell’attività illegale e del racket della zona ed è quindi gestito dalla criminalità organizzata.
A questi problemi si aggiunge l’alta percentuale di evasione scolastica e di disagio culturale. La rilevante presenza di immigrati extracomunitari, non ha mai creato problemi di convivenza particolari. Fortunatamente non è solo degrado quello che affiora, grazie all’impegno quotidiano di persone desiderose di restituire un’immagine gradevole e diversa della zona, attraverso manifestazioni sociali e culturali.
Ponticelli. Una periferia dell’anima. Palazzi grigi o casermoni ripetuti all’ossesso che si stagliano in file, ben visibili dalla tangenziale e la accomunano ad altri quartieri simili di Roma, Palermo, Bari. Gente tranquilla, persone per bene, schiere di lavoratori, famiglie e studenti che convivono con gli altri. Sono questi altri coloro i quali sporcano loro malgrado l’ambiente, rispondono alle leggi del sistema, spacciano droga per campare, tra quartieri fantasma e piazze di vendita al dettaglio. I napoletani, ad onor del vero, sono per natura un popolo accogliente e tollerante. Il porto, emblema di flussi secolari fatti di traffici commerciali, di incontri tra genti e culture lontane, costituisce l’orizzonte di tolleranza e apertura verso il mondo, ben interiorizzato nei secoli dalla popolazione partenopea. Sentire puntati addosso indici istituzionali che accusano di razzismo e xenofobia fa male.
Eppure è accaduto che si sia scatenata una reazione violentissima da parte di teppisti partiti dai fortini della camorra contro il presunto tentativo da parte di una minorenne rom di portar via una bimba. Indagano gli acquirenti sull’accaduto, mentre sciacalli, tra cui il figlio di un camorrista accusato di strage, si aggiravano immediatamente dopo i roghi, tra le macerie fumanti, morali e materiali, cercando di recuperare qualche radio, tv, videoregistratore, frugando qua e la tra le baracche annerite. Una foto su tutte racconta di questo popolo, i rom, perseguitato sin dalla notte dei tempi: una colonna di sgarrubati ape car arrugginiti, con a bordo intere famiglie scortate dalla polizia che fuggono con le poche cose tratte in salvo. È sembrato di rivedere uno sgombero delle S.S. nei sobborghi di Berlino. La meta? Incognita.
L’apice del fallimento politico si è raggiunto con l’ipocrisia delle dichiarazioni di sdegno e l’attacco all’intolleranza. Lo Stato, la Regione, il Comune, dove erano mentre i nomadi albergavano in condizioni igienico sanitarie da quarto mondo? Dove erano le istituzioni mentre proliferavano gli insediamenti abusivi e fatiscenti dei Rom su terreni demaniali abbandonati? La politica da queste parti fa spallucce, non essendo in grado di interpretare la realtà, i suoi bisogni, le istanze dal basso. Il non decisionismo alla lunga paga, arrivando a chiudere entrambi gli occhi sulle condizioni sanitarie impossibili di centinaia di persone, moltissime delle quali bambini e donne. E sul diritto alla sicurezza e ad un minimo di vivibilità degli abitanti di una periferia già martoriata.
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