
Da dove comincia il problema dell’indipendenza dell’informazione? È una questione che riguarda solo i CdA dei gruppi editoriali o affonda le sue radici nella soglia d’ingresso alla professione?
Giovanni Bruner, un amico di A fronte alta, studente universitario ha scritto a uno dei coordinatori per offrire il suo punto di vista. Pubblichiamo di seguito la sua lettera.
Caro Luca
seguo con vivo interesse la lotta per una informazione libera condotta da Beppe Grillo. Non ne condivido tutti i contenuti, né condivido pienamente certe altre scelte del comico (come quella del non-voto). Sono laureato con il massimo dei voti, parlo fluentemente inglese e francese e da grande sogno di fare il giornalista. Ma in Italia, si sa, spesso i sogni sono destinati a rimanere tali. Ho scritto per un anno e mezzo su una testata del napoletano, praticamente ogni giorno e gratis. Sono stato cacciato a calci in culo e senza spiegazioni quando ho chiesto un minimo di rimborso spese almeno per le telefonate.
Volete sapere qual è uno dei segreti della nostra informazione, in mano alla cricca neoliberale che spadroneggia su questo paese e che accumula ingenti ricchezze ai danni del resto della popolazione? Beh lo dico subito: il segreto è nel reclutamento dei servi. Ci sono due modi in Italia per lavorare e guadagnarsi da vivere con il giornalismo: il primo, quello più antico e complesso è una lunga, lunghissima gavetta per poi farsi assumere al praticantato che da diritto al concorso per l’albo dei giornalisti. I posti in palio sono pochissimi e perlomeno al sud (dove vivo) riservati a figli e nipoti; l’altro, ed apparentemente più facile, modo per avere accesso ad una testata nazionale o regionale è quello di inscriversi ad una delle scuole di giornalismo riconosciute dall’Albo. Ce ne sono in tutto sette o otto, sotto forma di master, scuole di specializzazione o altro ed i loro costi sono ai limiti dell’assurdo. Luiss e Iulm chiedono rette annue da 9.500 euro annui, a cui per un fuori sede bisogna aggiungere i costi di vitto e alloggio per una previsione di circa 20.000 euro annui (da sottolineare che i corsi sono a frequenza obbligatoria). Più moderate le pretese a Bologna (6.000 euro annui) e Perugia (5.000 euro). La storica Carlo De Martino di Milano chiede ai suoi studenti una retta di 4.000 annui ma si regge sui finanziamenti del governo regionale Formigoni. Urbino richiede una retta vicino alla soglia di ammissibilità per un figlio di una famiglia normale. Soli 3.200 euro annui, ma il rischio chiusura visto che i finanziamenti pubblici gli sono stati tagliati nel 2006 e visto che la direzione della scuola stoicamente si rifiuta di aumentare le rette per non renderla una scuola riservata alle élite alto-borghesi. Ed allora come cazzo si può prentendere che l’informazione sia libera ed indipendente se esistono barriere del genere per diventare giornalisti? Come si può pretendere che la stampa ed i media in generale si occupino seriamente degli affari della classe al potere se sono proprio i figli e figliocci di questa classe che ne muovono le redini? Perchè queste scuole non sono pubbliche (in Francia una della principali scuole di giornalismo, quella di Sciences Po è pubblica ed accessibile a tutti)?
[...] Le tematiche che Beppe Grillo intende sollevare affondano le radici nello stesso principio di cui abbiamo parlato nell’approfondimento: l’indipendenza dell’informazione. [...]