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Cronaca

Per amore del mio popolo non tacerò

Il 19 marzo 1994 veniva ucciso nel corridoio che dalla sacrestia porta alla chiesa. Si accingeva a dare messa. Improvvisamente si accasciò in una pozza di sangue senza avere il tempo di capire cosa stesse accadendogli.  A quattordici anni dalla sua morte, A Fronte Alta desidera ricordare la figura di Don Giuseppe Diana, prete di Casal di Principe, in provincia di Caserta, ucciso barbaramente da sicari del clan dei Casalesi nella chiesa di San Nicola di Bari.

Ricordare il suo estremo sacrificio, il quotidiano impegno in vita contro la criminalità, l’amore per la sua terra è fondamentale per non dimenticare una figura esemplare nel silenzio e nella disinformazione dilagante. Don Giuseppe, detto Peppe, visse e condusse la sua personale lotta negli anni in cui vigeva il dominio incontrastato del clan che metteva le mani sui traffici illeciti ed era dedito soprattutto ad una camorra di stampo imprenditoriale, insediandosi in settori importanti dell’economia legale.

La sua tragica scomparsa a 34 anni, rappresenta la testimonianza di chi ha pagato con la propria pelle l’impegno civile e religioso, lasciando una forte impronta nel territorio e nelle giovani generazioni che continuano a conservarne la memoria nel cammino della legalità. Il suo scritto dal titolo Per amore del mio popolo non tacerò risalente al Natale del 1991, fu inviato in tutte le chiese di Casal di Principe, nonchè della zona aversana e costituisce ancora oggi un manifesto lucido dell’impegno contro il sistema criminale. E’ un richiamo attuale denso di significati quello con cui Don Peppe esortava già allora fedeli e concittadini a non tacere più e a reagire contro la malavita:

La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato. Precise le responsabilità politiche: è oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Lucarelli ha ricostruito in una sua puntata televisiva la morte di Don Diana.

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